Casa-lavoro (Olanda in bicicletta #2).

Cercando di tenere fede a un proposito per una volta nella vita, ecco la continuazione del post precedente.

Oggi voglio mostrarvi cosa significa fare il tragitto casa-lavoro (in realtà lavoro-casa) in bicicletta. Le foto sono brutte, ma le ho fatte in corsa, il che non le abbellisce ma dimostra la mia straordinaria abilità ciclistica.

Bene, si inizia tranquilli tra i ridenti campi dei dintorni di Utrecht, sotto un tipico cielo primaverile. Questa è solo una pista ciclabile, le auto passano a sinistra, laggiù, in fondo, si intravedono.

Si deve attraversare un’autostrada, e allora hanno costruito un sottopassaggio apposito, tanto per non sbagliare (e per non spendere poco, che è un po’ il principio fondativo della Repubblica, pardon Regno, d’Olanda, quando si tratta di lavori pubblici).

Si arriva così in zona università, dove le auto tornano vicine, ma restano comunque su una strada separata, oltre gli alberi.

Da notare la chicca dei cartelli con le indicazioni solo per i ciclisti.

Si passa quindi sulla via principale dell’università, dove passano solo bici e autobus (a destra). Purtroppo passano pure i motorini, che hanno diritto a usare le ciclabili se sono dei cinquantini. Riescono a essere fastidiosi quanto in Italia senza essere truccati, ma almeno spopolano i Tomos, dalla Slovenia con furore. Questo, peraltro, non salverà chi li guida dalle fiamme dell’inferno.

Per la serie “Voria ma no poso” si passa sotto l’arrivo di un finto giro d’Italia in Olanda.

E arriviamo così al primo vero incrocio, a quest’ora non di punta il semaforo è spento, ma si vede come le bici e le auto sono completamente separate, i passaggi di pedoni e ciclisi sono segnati chiaramente per terra.

Forse dall’alto si capisce meglio:

Io, ad esempio, passo per la strada orizzontale più in basso nell’immagine dall’alto.  Attraverso tra quelle grandi strisce tratteggiate davanti a cui un’auto (quella bianca) sta aspettando. Le bici e le auto hanno semafori distinti, in modo che si attraversa solo quando le auto hanno il rosso. Tra l’altro, quasi tutti i semafori olandesi hanno dei sensori per contare quante persone aspettano, così viene verde prima per chi ha più coda (anche se, in ogni caso, sono ben pochi i ciclisti che si fermano ai semafori). Tra l’altro, per l’angolo curiosità, la via che conduce all’università si chiama “via verso la Scienza”, nome quantomeno discutibile visto il grande numero di giuristi ed economisti che la popolano.

Bene, si continua sotto un’altra autostrada, e poco dopo ho potuto incontrare una specie rarissima, e a rischio estinzione in Olanda, cioè il pedone. In questo caso sono palesemente stranieri, non conoscendo la regola aurea che impone di evitare il fietspad (pista ciclabile) come se fose lava bollente. Farebbero meglio a nuotare nel canale a fianco. A quest’ora saranno probabilmente già morti.

A questo punto c’è un altro incrocio interessante (almeno tra gli incroci, diciamo), che mostra come la pista ciclabile venga fatta allontanare dalla strada principale nei pressi di un semaforo, per evitare che chi svolta in auto e la incrocia si trovi con un ciclista sul cofano.

Bene, un poco più avanti si passa un pezzetto di sterrato, con annesso caratteristico ponte levatoio. Ci sarebbe un’alternativa sull’asfalto, ma tanto per cambiare passo di qua, visto che non piove.

Sono quasi arrivato, devo solo fare una delle salite più impegnative d’Olanda, per scavalcare la ferrovia. La pista ciclabile scorre accanto ad un’altra autostrada (perché in realtà in Olanda di auto ce n’è, pure troppe). Il cavalcavia, comunque, è costruito largo abbastanza da mantenere pista ciclabile e auto ancora completamente separate.

La splendida vista dal cavalcavia, un po’ Metropolis, un po’ Sturm und Drang, tanto Utrecht.

E qui viene il pezzo forte, un tornante, ebbene si, per scendere a valle dal cavalcavia c’è proprio un tornante,

tra l’altro gli Olandesi, con l’efficienza che li contraddistingue, l’hanno posizionato proprio accanto a un cimitero, in modo da minimizzare i costi di smaltimento in caso di uscita di strada.

A questo punto, al chilomtero che giudicherei ad occhio 6.8 su 7.5 del percorso incontriamo finalmente le automobili, nel senso che la pista ciclabile separata termina, e si condivide la strada con le auto. In genere però, qui non passa nessuno.

Non manca comunque la corsia per le bici.

E in ogni caso, sono sempre i ciclisti che comandano:

A questo punto, sono a casa, e se passate per caso davanti a queste foto suonate il campanello, che vi offro un orzo (cit.).

Cosa volevo dire con tutto questo lungo post? Semplicemente che in Italia in bici ci andavo uguale, ma qui è molto, molto più facile. E magari se l’Italia avesse qualche pista ciclabile in più nelle città, magari la bici la userebbero più persone. Gli Olandesi hanno cominciato a costruire piste ciclabili quarant’anni fa mentre noi dobbiamo ancora iniziare, ma forse sarebbe ora. Non che le piste ciclabili rendano necessariamente un paese migliore ma, secondo me, possono aiutare.

Ultima cosa, dato che io vivo nel fuso orario Mediterraneo mentre gli Olandesi vivono nel loro, nelle foto non c’è nessuno. Com’è all’ora di punta? Così.

E non pensate che il brutto tempo cambi le cose.

Del viaggio.

“né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ‘l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,

vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;

ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.”

D. A.

Ben poco resta oggi del viaggiare, qualche bellimbusto in lucidi ambienti asettici.