Confini #5

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In Olanda, il vento che soffia dal mare del Nord costringe gli alberi lontano dalla spiaggia. Nel mezzo, una terra di nessuno.

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Confini (elogio dei)

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Un’idea sciocca incanta l’Occidente: l’umanità, che sta andando male, andrà meglio senza frontiere. D’altronde, aggiunge Flaubert nel suo Dizionario dei luoghi comuni, la democrazia ci porta diritto in un mondo senza fuori né dentro. Nessun problema. Guardate Berlino: c’era un muro, adesso non c’è più. Prova evidente che Internet, i paradisi fiscali, i cyberattacchi, le nubi vulcaniche e l’effetto serra stanno spedendo all’ecomuseo le nostre vecchie transenne bianche e rosse, insieme con l’aratro di legno, la bourrée auvergnate e il cucù svizzero. Tutti coloro che, nel nostro piccolo promontorio di Asia, godono di un posto al sole – giornalisti, medici, calciatori, banchieri, clown, coach, avvocati d’affari, veterinari – esibiscono il distintivo senza frontiere. Alle professioni e alle associazioni, che sul loro biglietto da visita dimenticano questa sorta di Apriti Sesamo verso ogni simpatia e sovvenzione, non si dà alcuna importanza. Doganieri senza frontiere è cosa di domani.
Se il miraggio fosse tonificante, tanto da smuoverci il sangue, da spingerci in marcia di buon mattino e di buona lena, allora dovremmo concedere il nostro consenso a cuor leggero. Fra una sciocchezza che dà respiro e una verità che soffoca non si può esitare. Il fatto che da centinaia di migliaia di anni seppelliamo i nostri cari con l’idea che presto potranno ritrovarsi in paradiso è la prova inconfutabile di come una consolante illusione non si rifiuta mai. Per opporsi al Nulla, il genere umano ha fatto sempre la scelta più comoda: quella dell’illusione. Se dobbiamo ribellarci a essa è perché, con i suoi modi scanzonati e un po’ da scout, libertari e un po’ evangelici, promette una boccata d’aria fresca, ma poi garantisce soltanto un rifugio da topi.

Régis Debray